Cercatemi in giardino

da | Lug 5, 1997

PRESENTAZIONE
Confermandone, oltre tutto, la resistente vitalità e le inesauribili potenzialità anche nell’ottica delle più serie ed aggiornate esperienze figurative di questo fine millennio, le suggestive incisioni alla puntasecca di Stefano Campana hanno offerto alla nostra Manuela Ricci lo spunto per una prima ricognizione bibliografica del tema del giardino, dell’hortus conclusus, dell’hortus animae, nell’ambito ben circoscritto di una stagione cruciale della moderna poesia italiana, quella che va, grosso modo, da Pascoli, ma soprattutto da D’Annunzio, ai poeti crepuscolari e liberty, «verso il Novecento». Spigolando con competente attenzione quasi esclusivamente fra i libri e le carte di Marino Moretti, che di quella stagione fu uno dei protagonisti più illustri ed emblematici, la curatrice, pur dovendo di necessità rinunciare a qualsiasi criterio di sistematicità e di completezza, è riuscita tuttavia a raccogliere un florilegio.cospicuo, coerente ed originale di testimonianze a stampa e manoscritte, tale da costituire un’utile base di partenza per ulteriori, auspicabili accertamenti.
Coltivato con alta frequenza nei territori del simbolismo ed estetismo europeo ed italiano (come anche illustra la nota che segue, di Jean Robaey), il motivo del parco chiuso (anzi «serrato serrato serrato / le miglia le miglia le miglia, / da un muro coperto di muffe, / coperto di verdi licheni, / grondante di dense fanghiglie», per citare il Palazzeschi immaginoso e grottesco di Lanterna), dell’antico giardino muto e abbandonato, appartiene a pieno titolo al repertorio più tipico e consueto della «poetica degli oggetti» crepuscolare, alla stessa stregua dei conventi, degli ospedali, degli organetti di Barberia, dei beghinaggi.
In principio, ancora una volta,O’Annunzio per il Pascoli il giardino è ancora, come l’orto di Massa, «un oilorato e lucido verziere / pieno di frulli, pieno di sussurri, / pieno de’ flauti delle capinere», se anche nell’ora canonica del vespero, quando «il dì s’esala», nell’ombra dei ricordi l’anima «apre corolle che imbocciar non vide, / e l’ombra di fior d’angelo e di fior di / spina sorride». Nella «misteriosa impenetrabilità» dell’Hortus conclusus del Poema paradisiaco («Qual mistero dal gesto d’una grande / statua solitaria in un giardino [silenzioso al vespero si spande!», nelle visioni di «sovrumani amori» che «sorgono su da’ vasti orti recinti», i poeti del secolo nuovo, da Govoni a Corazzini, da Gozzano a Vallini, da Palazzeschi a Marino Moretti, sembrano ritrovare, come è stato scritto, «quella nostalgia delle cose che non sono più, quel senso di dissoluzione che dominerà la ribalta del loro lirismo, e a cui il D’Annunzio dell’Hortus larvanun quasi li inizia: «Nei roseti le rose estenuate / cadono, quasi non odoran più. / L’Anima langue. I nostri sogni vani / chiamano i tempi che non sono più».
Come ha osservato Edoardo Sanguineti a proposito di Guido Cozzano, il parco (con eventuali sottosistemi: i sentieri, la fontana, le statue) «si presenta come spazio morto, spazio in rovina, in cui si rifugiano con dolente malinconia il sogno e la nostalgia, in mesta evocazione, ritrovandovi, con gli amari segni dell’abbandono, il sapore sublime delle cose defunte, del passato irrevocabile e perduto». Per Govoni, il luogo della Rassegnazione angosciosa: «Il parco à un’aria di rassegnazione / quasi evangelica, come un oggetto / smesso, una chiesa in devastazione». Uno spazio chiuso dove le lacrime delle cose, l’ «ambiguo senso di languore» che «cinge ne l’indicibile sua spira / il popolo di statue silvestri», rispecchiano la stanchezza del poeta (di Cosimo Giorgieri Contri, per esempio: «Stanco come cotesta acqua che in tanti / anni ha corroso i bianchi balaustri, / e a cui dal fondo le ninfee palustri / levano a fiore i grandi occhi stillanti»), uno spazio chiuso che risuona di «un vano senso di desii distrutti», di «nostalgia di morte». Ed ecco «il giardino trapunto di sentieri» che «s’inebria di rose moriture», ecco «gli odori delle rose moribonde», i «bianchi balaustri» corrosi dal tempo, le Veneri a cui «l’insidiose / lime del tempo han tolto una mammella», le «secche fontane / contornate di margini di schisti», i «viali chiusi come tombe», gli alberi dalle «mutilate braccia» o irrigiditi «a guisa di cadaveri», le statue «bianche e polverose», «moribonde e rotte», «solitarie e monche», la gramigna che spunta tra i fiori «e li avvince, soffoca, disperde». Se per D’Annunzio i «muti giardini» erano già «cimiteri senza avelli», per Moretti, reciprocamente, «il piccolo camposanto è un precluso giardino» (ma anche per il Corazzini del Sonetto della neve, «parve celato come in una bara / l’orto sopito di melanconia / nella tetra dolcezza della neve»).
Renzo Cremante

Cercatemi in giardino. Gli orti della poesia da Pascoli ai crepuscolari
Giardini dell’anima. Quindici incisioni di Stefano Campana

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